domenica 11 febbraio 2018

RECENSIONE:LA STORIA DELLA GIURISPRUDENZA ROMANA DI FRITZ SCHULZ


Sono assai lieto di ripubblicare sul mio nuovo blog questa recensione apparsa qualche anno fa su una rivista letteraria.



I Molti lettori avranno una certa dimestichezza con gli autori e la storia della letteratura latina grazie ai loro studi liceali o universitari. Meno diffusamente conosciuta è invece la tradizione letteraria giuridica latina, proprio ad essa, nonché al metodo, ai caratteri e ai procedimenti  dell’antica giurisprudenza romana è dedicato il libro dello studioso tedesco Fritz Schulz (1879-1957) oggetto della presente recensione. Esso costituisce, insieme ai Prinzipien des romischen Rechts, in cui lo Schulz aveva cercato di enucleare i concetti fondamentali su cui i Romani basavano ed elaboravano la loro esperienza giuridica e al Classical Roman Law, una ricognizione sistematica degli istituti del diritto privato romano al suo apogeo, una sorta di trilogia atta a fornire un quadro completo dell’esperienza giuridica latina. Il libro, scritto durante la seconda guerra mondiale, possiede l’autorità di un classico ed è esemplare per la chiarezza e l’eleganza con cui è scritto, secondo il canone della migliore storiografia anglosassone. Schulz, infatti, a causa della sua origine ebraica si trasferì in Inghilterra durante il regime hitleriano per sfuggire alle persecuzioni naziste. L’Opera è divisa in quattro sezioni. Nella prima, la più breve, intitolata “Il periodo arcaico”, lo studioso si occupa dei primordi della giurisprudenza romana, analizzando l’antico collegio sacerdotale dei Pontifices custode del diritto sacro nonché dei formulari del diritto privato. Schulz intende chiarire soprattutto il profilo sociologico di questi giuristi-sacerdoti romani, puntualizzando che essi non erano tanto dei sacerdoti spirituali o carismatici in senso orientale, quanto piuttosto tipici honoratiores nel senso di Max Weber: persone cioè di alto rango sociale a cui la posizione economica permetteva di assumere le più alte cariche pubbliche dello stato senza compenso alcuno. Si sofferma poi sulla più nota caratteristica del diritto romano arcaico: il formalismo degli atti giuridici e negoziali destinato a lungo a permeare lo spirito del diritto e a manifestarsi nelle forme tipiche (certa verba) di una ristretta rosa di negozi giuridici, adattati poi dalla giurisprudenza pontificale e laica nel corso del tempo a svolgere nuove funzioni (ad esempio la mancipatio che fu secondo Schulz “plastica e adattabile”, cioè capace di applicazioni estensive produttive di nuovi effetti giuridici.) Nella seconda parte, intitolata “Il periodo ellenistico”, viene descritto il progressivo sviluppo autonomo della giurisprudenza laica. Largo spazio viene dedicato all’ingresso nella scienza giuridica romana della dialettica greca ( “il saper dividere per generi” caro al Sofista di Platone) capace di sistematizzare il pensiero giuridico romano e di trasformarlo in un sapere atto a produrre una scienza giuridica specialistica di stampo ellenistico. Nasce così una vera e propria letteratura giuridica romana, che ha nei 18 Libri iuris civilis di Quinto Mucio Scevola (console del 95 a.C., nonché maestro di Cicerone) l’opera capitale di quest’epoca. Discreto spazio è inoltre dedicato a puntualizzare i rapporti tra scienza giuridica e avvocatura che, basata sullo sutdio della retorica, deve essere rigorosamente distinta dalla prima (si veda la Pro Murena e ciò che Cicerone dice del giurista Servio Sulpicio Rufo, console nel 51 a.C) E’ questa l’età in cui l’antico diritto civile romano stempera il suo formalismo nella nuova procedura giudiziaria del processo formulare, grazie all’attività del Pretore manifestantesi nel suo Editto (aveva perfettamente ragione Giambattista Vico nel De uno universi iuris principio et fine uno del 1720 –cap.CLXVI- a definire il pretore “custode del diritto privato romano”) in gran parte frutto del lavoro dei giuristi che assistevano lui e le parti in giudizio.) Nella terza parte “Il periodo classico” Schulz si occupa della giurisprudenza del principato da Augusto a Diocleziano, lo studioso analizza le novità introdotte dalla nuova figura del princeps attraverso l’introduzione dell’istituto del “ius publice respondendi” da intendersi come concessione del principe ai giuristi di dare responsa auctoritate imperatoris. L’antica figura dell’aristocratico giurista repubblicano viene gradatamente affiancata e poi sostituita da un nuovo tipo di giurista subordinato al sovrano e inserito nei nuovi uffici imperiali. Largo spazio è dato alla letteratura giuridica del principato, su di essa mi soffermerò brevemente in seguito. Nella quarta parte, intitolata “Il periodo burocratico”, Schulz descrive la giurisprudenza del tardo-antico caratterizzata da una completa burocratizzazione e alimentata da diverse tendenze, spesso tra loro contrastanti: la tendenza classicizzante, quelle alla stabilizzazione, alla semplificazione, all’umanizzazione ed infine alla cristianizzazione del diritto. E’ l’età della codificazione del sapere giuridico, dai primi Codices privati di costituzioni imperiali dell’età dioclezianea, Gregorianus e Hermogenianus, passando attraverso il Codex Theodosianus del 438,si giunge alla grande impresa del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano: il primo Codex del 529; i Digesta seu Pandectae del 533 d.C., un’antologia delle opere dei principali giuristi classici; le Institutiones, opera sul diritto elementare in quattro libri ed infine la nuova raccolta di leggi imperiali, il Codex repetitae praelectionis del 534 d.C. Con Giustiniano cessa l’antica scienza giuridica romana e nascono la romanistica in occidente e la bizantina in oriente.
II Il capitolo quarto della parte terza è, come Schulz stesso riconosce, il più importante di tutto libro ed è dedicato alle opere principali della giurisprudenza classica, quelle da noi meglio conosciute perché da esse Giustiniano e il suo giurista Triboniano trassero i brani da inserire nel Digesto. Ora tesi fondamentale dello Schultz è che il dettato classico di queste opere di cui noi conserviamo ampi lacerti nel Corpus Iuris sia irrimediabilmente andato perduto, perché le opere dei giuristi classici vennero drasticamente  sottoposte a frevisionme nella prima età postclassica, (seconda metà del III secolo-prima metà del IV) pregiudicando così la nostra possibilità di una ricostruzione palingenetica letterale degli scritti dei giuristi classici. Qui mi limiterò semplificando a passare in rassegna brevemente i principali generi ed opere della letteratura giuridica classica, rimandando alo testo dello Schultz per un’analisi dettagliata. 1)Letteratura isagogica, cioè elementare. Si tratta di opere brevi e dal contenuto quasi manualistico: Libri tres iuris civilis di Massurio Sabino (I sec. d.C.); Institutiones di Gaio (II sec. d.C), opera importante  perché giuntaci quasi completa nel famoso palinsesto veronese scoperto dal Niebuhr nel 1816; Institutiones di Fiorentino (II sec. d.C.) di cui nulla rimane; Enchiridion di Pomponio (II sec. d.C.), da cui nel Digesto venne tratto il breve frammento del secondo Titolo “De origine iuris et omnium magistratuum et successione prudentium” assai importante per la storia giuridica, anche se purtroppo molto corrotto perché sunteggiato in età postclassica. 2) Commentari, soprattutto nella forma del commentario lemmatico. Quest’ultimo viene così definito da Schultz (pag 327): “ Il testo commentato e il commento sono opere separate, scritte su rotoli separati e il lettore è informato del passo commentato per mezzo di lemmi, cioè di estratti del testo.” Questo genere lo si può dividere in due sottogeneri fondamentali: commentari agli editti del pretore e dei governatori provinciali e commentari ad opere giuridiche di altri giuristi. Appartengono al primo sottogenere le seguenti opere: Ad Edictum di Labeone (I sec. a.C.-I sec d.C.) in 30 libri, Ad Editum di Pomponio in 150 libri, Ad Edictum di Giulio Paolo (fine sec.II-inizio III d.C) in 80 libri, Ad Edictum di Ulpiano (III sec.d.C. prefetto del pretorio sotto Alessandro Severo) in 83 libri. Appartengono invece al secondo sottogenere i 39 libri Ad Quintum Mucium e i 35 libri Ad Sabinum di Pomponio, i 16 libri Ad Sabinum di Giulio Paolo, i (forse) 62 libri sempre Ad Sabinum di Ulpiano. 3)Letteratura problematica. In questo terzo grande genere sono raccolte opere dedicate esclusivamente ai ai problemi più difficili e alle più imbarazzanti questioni di diritto. Si tratta del genere più congeniale al tipo di giurisprudenza casistica  (cioè dei casi concreti) sviluppata dai giuristi romani a lungo alieni dal formulare i principi giuridici in forma astratta ed universale. Queste opere hanno spesso i titoli di Digesta, Responsa, Quaestiones, Disputationes. Tra le opere più celebri di questo genere: i 39 libri di Digesta di Celso figlio (I-II sec.d.C), i 90 libri di Digesta di Salvio Giuliano (il giurista che, su incarico di Adriano, nel secondo secolo d.C. diede definitiva sistemazione all’Editto del pretore trasformandolo da lex annua in edictum perpetuum),i 40 libri di Digesta di Cervidio Scevola (II sec. d.C.), i 37 libri di Quaestiones  e i 19 di Responsa di Emilio Papiniano (prefetto del pretorio di Settimio Severo  fu fatto uccidere nel 212 d.C. da Caracalla in seguito all’assassinio del fratello Geta), i 26 libri di Quaestiones e i 23 di Responsa di Giulio Paolo, infine i 10 libri di Disputationes di Ulpiano. Rimando al testo dello Schultz il lettore interessato ad approfondire la conoscenza di altri generi minori quali i commentari a singole leges e senatusconsulta ( ad esempio le molte leggi augustee), opere monografiche (piuttosto rare), opere concernenti il diritto pubblico, la più celebre delle quali è il De officio proconsulis di Ulpiano.  
                                                                                                                                                             L'astrofilo filosofo 


giovedì 8 febbraio 2018

MANIFESTO DELL'ASTROFILO FILOSOFO

MANIFESTO DELL'ASTROFILO FILOSOFO


INTRODUZIONE

Inzio a scrivere e subito mi imbatto in una difficoltà che Ludwig Wittgenstein esprime aforisticamente così:” E' impossibile scrivere su noi stessi cose più vere di come noi siamo veri. Questa è la differenza fra scrivere su noi stessi e su cose esterne. Su noi stessi scriviamo esattamente alla nostra altezza, qui non siamo sui trampoli o su una scala, ma sui nostri piedi.”(Pensieri diversi 1937) Come posso dunque presentarmi a voi, cari lettori? Faccio mio questo ritratto umano e letterario del temperamento melanconico tratto dalle Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime di Immanuel Kant:” L'uomo di temperamento malinconico si cura poco di quello che gli altri giudicano e ritengono buono e vero; egli si basa soltanto sul proprio criterio. Dal momento che in lui i moventi assumono la natura di principi, non è facile condurlo a mutar parere, talvolta la sua costanza degenera in testardaggine. Egli considera con indifferenza il cangiar delle mode, e con disprezzo il loro luccichio. Sublime è l'amicizia, e perciò essa si addice al suo sentire, egli può forse perdere un amico incostante, ma questi non perderà lui tanto presto; persino il ricordo di un'amicizia spenta rimane onorevole per lui. La loquacità è bella, la riservatezza pensosa e sublime: quest'uomo sara ben custode dei segreti propri e altrui. Sublime è la veracità, ed egli ha in odio il mentire o il dissimulare. Egli ha un alto sentimento della dignità della natura umana: apprezza se stesso, e ritiene ogni uomo creatura degna di rispetto. Non sopporta nessuna abietta ossequiosità, e libertà spira nel suo nobile petto: tutte le catene, a partire da quelle dorate che si portano a corte, sino al pesante ferro del galeotto, sono per lui detestabili. É severo giudice di se stesso e degli altri, e non di rado ha fastidio di sé come del mondo.” Ma questo non è che un ritratto letterario preso in prestito da un grande filosofo che in parte mi rappresenta e al contempo mi nasconde. Ma forse non è in fondo molto importante che io parli troppo di me stesso, dare troppa voce al proprio” maledetto io” (come lo definiva Carlo Emilio Gadda) rischia di far passare in secondo piano e di velare il contenuto di ciò che si ha da comunicare. Italo Calvino disse acutamente una volta:”Io appartengo al numero di coloro che ritengono che di una autore contino soltanto le opere, (quando contano naturalmente); quindi informazioni biografiche non ne do, o le do false”. Se di un autore letterario contano soltanto le opere; di un filosofo conta a maggior ragione ciò che egli pensa e il contenuto di pensiero si colloca in una sfera che è assai al di là da qualsiasi nota o vicenda biografica. Risolta così con una certa elusività la questione della mia presentazione, il lettore sarà senz'altro incuriosito dal titolo di questo mio blog:”L'astrofilo filosofo” e si domanderà:” Qual'è la connessione tra l'attività di astrofilo e quella di filosofo?” Proprio a questa domanda cercherò ora di rispondere.

PRIMA PARTE FILOSOFICA

Che cos'è la filosofia? Non pretendo certo di rispondere a questa domanda in modo esaustivo in questo mio breve scritto, cercherò quindi di fornire molto modestamente e solo per cenni la mia opinione personale e i forti convincimenti che sono andati formandosi nel mio animo. Generalmente si considera filosofia l'attività del pensiero tesa a costruire sistemi o teorie in grado di spiegare problemi di un settore particolare (estetica, politica, morale) o addirittura il mondo nel suo complesso. Ma questa definizione della filosofia è in grado di dare conto dell'intima essenza di essa? Io non ne sono affatto convinto. La lettura delle opere dello storico e filosofo francese Pierre Hadot mi hanno convinto che la filosofia sia essenzialmente e prima di tutto un modo di vivere basato sugli esercizi spirituali aventi come fine il perfezionamento e il trascendimento della propria individualità con il raggiungimento di una prospettiva universale. Per esercizi spirituali intendo quelle pratiche di riflessione e di concentrazione che permettono di ritrovare il nucleo della propria interiorità al di là delle contingenze a volte aspre della vita. Nella filosofia intesa come modo di vivere risulta essenziale la dimensione della cura di sé (di cui parla già Platone nell'Alcibiade I) intesa non come ripiegamento estetizzante verso se stessi, ma piuttosto come precondizione di apertura al mondo, apertura alla cura verso l'altro. Questa concezione della filosofia merita senz'altro un approfondimento maggiore di questi miei brevi cenni. Per ora mi limito a trarre alcune conseguenze da ciò che sono venuto dicendo. Il metodo con cui si insegna filosofia nelle nostre strutture educative è solo molto parzialmente corretto. La lettura delle opere della tradizione filosofica e la memorizzazione di ciò che sono andati ad esempio dicendo Platone, Aristotele, Locke, Hume, Kant non esaurisce affatto la filosofia. Si badi, qui io non intendo affatto negare il valore e l'importanza dell'approfondimento e del dialogo costante con gli autori della grande tradizione filosofica. Questi geni hanno tante cose da dire preziose, profonde; a volte strane e incredibili, indubbiamente gli autori classici sono e saranno per ricchezza e vastità intramontabili, un possesso per l'eternità direbbe Tucidide. Ma per dirla con Nietzsche:” Solamente nella misura in cui la storia serva alla vita, vogliamo servire la storia.” Il problema è che nel mero studio degli autori esiste il rischio di cadere nell'autoreferenzialità, di muoversi in una dimensione troppo specialistica, (György Lukacs parlava di idiotismo specialistico consistente nell'occuparsi in maniera esatta e ossessiva di pseudoproblemi) laddove invece la filosofia, se non vuole smarrire se stessa, deve poter parlare a tutti, anche a persone che non hanno mai letto e mai leggeranno i classici della tradizione filosofica. La filosofia, per riprendere una definazione hegeliana è “ il proprio tempo pensato per concetti”. Il proprio tempo appunto. E il nostro tempo è caratterizzato a mio avviso dall'ossessione nei confronti degli oggetti: dall'ossessione della categoria dell' avere piuttosto che da quella dell''essere. Viviamo soffocati dagli oggetti e da ciò che possediamo, con la perversa conseguenza di considerare anche le altre persone come oggetti, dunque soltanto in maniera strumentale, (dimentichi in tal modo dell'imperativo kantiano: agisci sempre considerando l'altro sempre come fine e mai puramente come mezzo). La filosofia come modo di vivere ci invita invece ad avere cura di ciò che umanamente siamo e a prenderci cura dell'interiorità degli altri. Essa ci invita all'umanesimo, alla riscoperta della nostra umanità, allo scoprire le cose semplici e apparentemente banali del nostro vivere quotidiano: la bellezza dello stare insieme, la ricchezza del dialogo con l'altro, il valore intramontabile di un'amicizia che dura da tanti anni. Ma è giunto il momento di collocare la mia attività di astrofilo all'interno di questa prospettiva filosofica che naturalmente ho solo sommariamente delineato.

SECONDA PARTE ASTRONOMICA

Ho detto sopra che l'esercizio spirituale è una pratica avente il fine di un trascendimento della propria individualità con il conseguente raggiungimento di una prospettiva universale. Ebbene l'osservazione astronomica ben si presta ad essere interpretata come esercizio spirituale. La contemplazione delle infinità del cosmo infatti ci permette di distaccarci dalla nostra piccola individualità, dalle piccole e grandi miserie del quotidiano, dai grandi e piccoli drammi della nostra vita. L'astronomia certifica che esiste un mondo incredibilmente vasto ed eterogeneo, popolato da oggetti misteriosi ed enigmatici che sempre accrescono ed accresceranno la nostra voglia di sapere e di comprendere, e che il nostro piccolo io non è affatto al centro del tutto come solitamente pensiamo in maniera irriflessa. L'osservazione degli spazi profondi del nostro Universo ridimensiona il nostro ego, conforta inoltre il nostro animo e ci invita a sperare di poter diventare ed essere costantemente uomini migliori nel breve spazio che ci è concesso da vivere. La contemplazione di stelle, galassie e pianeti possiede quindi un indubbio valore morale ed estetico e ci richiama facilmente alla riscoperta della nostra umanità e profondità essenziali, come già riconosceva Kant: “la legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me.”Ogni astrofilo certamente si ricorda con commozione dei primi passi compiuti nell'osservazione del cielo mossi da quella meraviglia che già per Aristotele era l'inizio autentico di ogni filosofare e di ogni conoscere. Questa primordiale ed essenziale meraviglia è proprio ciò che sta a fondamento di ogni attività osservativa al di là dei mezzi tecnologici e dei risultati scientifici (o di semplice e puro diletto) che ogni astrofilo si prefigge. Che si osservi ad occhio nudo, con un modesto cannocchiale, con un piccolo o grande telescopio; che si sia osservatori visuali o astrofotografi, che si sia esperti o principianti, che si sia dei raffinati teorici o dei semplici pratici, sempre unica è la fonte che ci spinge ad allontanarci da noi stessi e da questo piccolo mondo per rivolgerci alle vastità degli spazi profondi! “Magnum miraculum est homo” diciamo con commozione tutti quanti insieme! E con Wolfram cantiamo all'unisono l'aria del Tannhäuser di Richard Wagner :”O du, mein holder Abendstern, /wohl grüsst'ich immer dich so gern(...) O tu mia dolce stella del Vespero,/ ben io sempre e di buon grado t'ho salutata (...)” Dunque proprio l'osservazione del cielo è di fondamentale importanza per raggiungere quella particolare temperatura emotiva, necessaria sul piano filosofico per vedere correttamente la propria vita e il mondo. Come il lettore avrà notato anch'io sento la musica delle sfere celesti come sostenevano gli antichi pitagorici ed è allora che la mia interiorità si trasforma e si trasfigura sfociando in momenti di mistica estatica... Ma avrò occasione di parlare di questo aspetto in un'altra occasione. Adesso è ormai giunto il momento di avviarmi alla conclusione di queste riflessioni introduttive.

CONCLUSIONE

Quelle che ho delineato finora sono le basi, i punti di partenza “ideologici” del blog che intendo sviluppare da qui in avanti. Aspetto peculiare di questo blog è la connessione, penso non ancora sviluppata tra i blogger, tra due discipline apparentemente lontane come la filosofia e l'astronomia. Come ho scritto anche nella breve presentazione scopo principale di questo blog è quello di creare una rete relazionale diffusa sulla base dei miei interessi mentali e umani, nella convinzione che non sia possibile alcun autentico interesse mentale senza una solida radice umana. Confido quindi che vorrete stringere amicizia con me e condividere i miei interessi e spero che troverete interessanti le cose che scriverò. Potrete lasciare i vostri commenti sotto i post ma anche scrivermi privatamente per conoscermi meglio, chiedermi e offrirmi la vostra amicizia nonché approfondire i temi che vi sembreranno di vostro interesse oppure quelli che vi appariranno deboli e problematici. Del resto sono convinto di avere bisogno delle vostre domande e dei vostri stimoli anche per realizzare certi progetti letterari che mi stanno particolarmente a cuore, perciò vi dico francamente: “Si, continuate a fare domande; ho senz'altro bisogno delle vostre domande, le domande del resto sono a volte assai più interessanti e ricche di significato delle stesse possibili risposte.Troverete quindi sviluppati i temi filosofici che mi stanno a cuore, il racconto delle osservazioni astronomiche che compirò, ma largo spazio dedicherò a molte altre cose, la musica, l'arte, il cinema, la letteratura che amo, i luoghi reali e mentali nei quali sovente si svolge la mia vita. Dunque a presto, cari amici lettori.
                                                                                                        L'astrofilo filosofo